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Samsung Galaxy Note 7 e la corsa sempre più esplosiva tra mercato e tecnologia

Samsung è un’ottima marca di smartphone e la serie Note da anni è la mia preferita. Ho tenuto per 4 anni e mezzo un Galaxy Note 2 che mi ha servito con soddisfazione, ma quello che è successo al nuovo prodotto della casa coreana visto da fuori sembra incredibile. Provo a ricostruire brevemente l’accaduto.

Il Samsung Galaxy Note 7, nella prima ondata di lancio, ha riscontrato seri problemi alla batteria (esplodeva durante la ricarica o in situazioni di gran carico del processore). Ci sono stati 35 casi accertati su 2 milioni in tutto il mondo. Samsung ha immediatamente ritirato dai negozi tutti i telefoni in questione e ha invitato i proprietari a restituirli per la sostituzione. Gli utenti potevano riconoscere i Galaxy Note 7 “immuni dal difetto” dal bollino raffigurante la lettera “S” nella parte inferiore della confezione. Ma la casa madre si è sbagliata perché anche i nuovi Note 7 erano comunque difettosi. Samsung ha prima sospeso la produzione dello smartphone e dopo un disperato tentativo fallito di individuare la causa del problema ha definitivamente interrotto la produzione. Ad oggi non si conosce, almeno ufficialmente, la causa tecnica delle esplosioni. Qui il video del Samsung Galaxy Note 7 che prende fuoco all’interno del Burger King

I giornali e i media specializzati hanno parlato molto di questa vicenda, ma c’è un aspetto a mio avvisto molto importante per provare a rispondere alla domanda: “com’è potuto succedere?” che è passato quasi inosservato. In una articolo di Reuters.com del 19 ottobre 2016 dal titolo At crisis-hit Samsung, nerves jangle as annual review looms ad un certo punto si trovano alcuni passaggi che meritano evidenza:

Internally, the mobile business was criticized by some for changing product specifications without delaying launch schedules, putting staff and suppliers under pressure to deliver fast.

“Some people who work in other business divisions feel something like this was bound to happen,” said a Samsung employee at the consumer electronics division, noting mounting pressure on the mobile business to overcome slowing growth amid strong competition from rivals including Apple Inc (AAPL.O) and Huawei Technologies Co Ltd [HWT.UL].

In pratica sembra che alcune specifiche siano state cambiate all’ultimo momento costringendo l’intera filiera produttiva a ritmi poco sostenibili per rispettare le scadenze imposte. Alcuni dipendenti, intervistati da Reuters.com, sosterrebbero che la data di lancio avrebbe dovuto essere posticipata per avere il tempo necessario di valutare le conseguenze delle modifiche apportate, ma ciò non sarebbe stato possibile a causa delle pressioni ricevute per tenere testa ai grandi rivali di Apple e Huawei. Secondo questa ricostruzione all’interno dei reparti interessati in molti temevano che qualcosa andasse storto.

Mi chiedo cosa avrà potuto significare in termini pratici mettere il personale ed i fornitori sotto pressione per rispettare le consegne. Più ore di quelle scritte nei contratti? Che tipo di contratti? Per molte di quelle persone quali impatti sociali può aver provocato quel “mettere sotto pressione” per una consegna impossibile in nome del mercato? Possibile che non si sia potuto agire secondo buon senso?

Il caso di Samsung appare addirittura tra i meno gravi se si mettono in fila esempi come quello di Toshiba che ha rischiato il collasso e ha dovuto varare una pesantissima ristrutturazione in seguito alla scoperta di bilanci “abbelliti” per almeno sette anni o ancora quello della casa automobilistica Mitsubishi Motors che è andata in crisi per la vicenda dei test truccati sui consumi sempre e comunque per inseguire target ufficiali di crescita dei profitti operativi o in altre parole a causa del “fiato sul collo” imposto dal mercato.

Ma la situazione che si sta creando all’interno delle aziende per inseguire target sempre più sfidanti è ben più profonda e complessa. In un articolo del 18 maggio 2016 apparso sul Sole24Ore dal titolo Lezione giapponese: così gli Yes Men affossano le aziende si mette in evidenza come una rincorsa disperata verso obiettivi irraggiungibili sia ormai molto diffusa e tocca spesso tutti i livelli aziendali, in sintesi:

Il top management stabilisce obiettivi irrealistici, la fascia media non osa sollevare obiezioni e, nell’ansia di non deludere i piani alti, preme sui tecnici (contabili in un caso, operativi nell’altro) perchè accettino di dichiarare il falso garantendo loro una copertura interna.

L’enfasi culturale sul «non perdere la faccia», a tutti i livelli, da poi il colpo di grazia portando a comportamenti dissennati che oltre ad essere deleteri per i dipendenti che li subiscono in toto in ultima analisi mettono in pericolo l’esistenza stessa delle aziende.

Non «poter dire di no» sconfina nel non «dover dire di no» e poi nel non«voler dire di no», con tragici risultati

Anche nei paesi europei dove il lavoro e la dignità della persona sono (o dovrebbero essere) maggiormente tutelati c’è bisogno di comprimere diritti e salari per essere sempre più competitivi in una corsa alle performance migliori che sembra non conoscere limiti. Il modello della gig-economy o economia on-demand cioè di quei lavori proposti da piattaforme di intermediazione digitale caratterizzati da “lavoro a chiamata” con retribuzioni spesso assai basse e assenza di garanzie sembra essere l’obiettivo verso cui anche le aziende più grandi stanno ormai puntando per far fronte alle esigenze del mercato.

Il 3 ottobre 2016 quasi tutti i media italiani scrivono: “In Italia ingegneri a basso costo”: la gaffe del ministero dello Sviluppo Economico, La gaffe del Governo per attrarre investimenti: “Venite in Italia, i lavoratori specializzati costano di meno”, La gaffe del governo Renzi: “Stranieri, investite in Italia. Gli stipendi sono bassi…” la causa di tutto è il messaggio che il ministero dello Sviluppo lancia in una brochure che porta in logo istituzionale scaricabile dal sito Investinitaly. Nella brochure si legge che “Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”. In seguito lo stesso Ministero precisa che “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania. Inoltre, la crescita del costo del lavoro nell’ultimo triennio (2012-14) è la più bassa rispetto a quelle registrate nell’Eurozona (+1,2% contro +1,7)”. In altre parole non è stata una gaffe ma una ragionata strategia per attrarre investimenti in un contesto dove la corsa a fare sempre di più a costi sempre più bassi semplicemente è dominante. Gli altri Governi europei a loro volta adotteranno nuove misure per “inseguire” i competitors.

Se a tutto questo le istituzioni nazionali ed europee non saranno capaci di mettere un freno introducendo per esempio criteri di misurazione sugli impatti sociali che le scelte aziendali hanno sui propri dipendenti e fissando “parametri minimi” entro cui non sia possibile scendere il timore che non esista un limite a quanto potrà essere chiesto (o preteso) in un futuro per soddisfare i target ufficiali di crescita dei profitti è alto.

Nel frattempo Samsung si prepara al lancio del nuovo Galaxy S8 il cui display pare occuperà oltre il 90% del frontale in una corsa sempre più esplosiva tra mercato e tecnologia, ma d’altra parte quanto vogliamo spendere per il nostro prossimo smartphone se non il meno possibile? E poi, qualcuno si è mai chiesto a quali compromessi siano disposti a scendere i grandi brand per tenere bassi i prezzi?

Il Washington Post, con il loro ultimo reportage dal Congo – di cui suggerisco la lettura – nel provare a dare una risposta stanno facendo tremare i big della Silicon Valley. Risalendo i gradini del percorso del cobalto sono arrivati alla radice, mostrando una dolorosissima realtà fatta di circa 100 mila minatori di cobalto che nel solo paese centrafricano scavano ogni giorno a mani nude pur di portare qualche roccia ‘ricca’ nei punti di raccolta. Lo fanno calandosi giù per buche improvvisate, con martello, scalpello e sacche di raccolta, a piedi scalzi, senza alcuna regola di sicurezza che possa salvaguardarli dai frequenti incidenti. E lo fanno per poco o nulla, 2 o 3 dollari in un giorno buono. – cit HDblog

lI caso del fallimento planetario del Galaxy Note 7 che ha danneggiato dipendenti, fornitori ed azienda stessa risulta esemplare per provare a comprendere un fenomeno che ormai è intorno a noi e a cui sembra impossibile poter dire di no quando invece basterebbe applicare solo un pò di buon senso.

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Enrico Alletto

Lavoro in una multinazionale delle telecomunicazioni. Negli anni ho progettato e coordinato diverse iniziative pro bono con associazioni e pubbliche amministrazioni municipali, comunali e regionali sui temi della partecipazione e dell'alfabetizzazione digitale. Contribuisco ai tavoli dell'open government italiano su temi come cittadinanza digitale, partecipazione ed open data. Il contatto diretto è quello che preferisco soprattutto quando si tratta di divulgazione e formazione digitale. Faccio il tifo per una pubblica amministrazione più moderna e vicina ai cittadini! Non mi piacciono i toni aspri e le conversazioni online che non rispettano l’interlocutore.

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